Covid-19 ed i Coronavirus animali: cosa bisogna sapere

coronavirus animali - ambulatorio san lorenzo

Una premessa: il Covid-19 ed i Coronavirus animali di cui parleremo in questo articolo sono entità distinte. Come riportato sul sito del ministero della salute: “Al momento non esistono prove che dimostrino che animali come cani o gatti possano essere infettati dal SARS-CoV-2, né che possano essere una fonte di infezione per l’uomo”.

Perché alcuni microrganismi diventano pericolosi?

L’interazione tra tra le diverse specie, anche nelle sue manifestazioni più crudeli, rimane sempre qualcosa di affascinante. Accade così che un minuscolo e relativamente semplice microrganismo dotato a malapena delle informazioni necessarie alla sua replicazione sia in grado di mettere in crisi il sistema economico e sanitario mondiale.

La famiglia dei coronaviridae comprende agenti infettivi distribuiti in tutto il globo ed in un grande numero di specie animali. Questa distribuzione passa perlopiù inosservata poiché il primo obbiettivo di ogni essere vivente è sopravvivere e questo vale anche per i virus.

In ognuno di noi in questo istante convivono miliardi di batteri, virus funghi e lieviti che, adattati alla nostra specie, hanno trovato un equilibrio in modo da non danneggiarci e non essere danneggiati.

Accade tuttavia che le cose possano prendere una piega diversa. Il DNA (o RNA)  è il libretto d’istruzioni seguito da ogni cellula per potersi replicare e svolgere correttamente le proprie funzioni. Spesso nella lettura di queste istruzioni avvengono degli errori che il più delle volte sono prontamente riparati o creano cellule incapaci di sopravvivere. In rari casi però, il prodotto dell’errore (mutazione genica) possiede delle nuove caratteristiche che permettono di prendere il sopravvento sull’organismo da cui è stato generato (come nel caso dei tumori) o che lo ospita come avviene per virus e batteri, rompendo un equilibrio.

Il Coronavirus Felino e la FIP

I coronavirus possiedono un RNA straordinariamente lungo per un virus, capirete bene che tradurre un libro lungo può facilmente portare ad errori.

Lo sanno bene i nostri amici felini. Si stima che circa il 50% dei gatti che vivono in casa ed il 90% di quelli che vivono in colonia entrino in contatto con il Coronavirus felino (FcoV). Di questi, circa il 5% svilupperà la patologia derivata da una mutazione genetica di questo virus, la Peritonite Infettiva Felina (FIP).

Il normale FcoV è relativamente innocuo, infetta le cellule della parete intestinale dove si riproduce trasmettendosi per via oro-fecale. Il grooming e le abitudini sociali feline ne favoriscono la distribuzione nelle popolazioni. Questo virus è responsabile al massimo di lievi episodi di vomito e diarrea. Quando però avviene una specifica mutazione a livello dell’ RNA, esso è in grado di infettare un altro tipo di cellule, i macrofagi, cellule del sistema immunitario che non risiedono solo a livello della parete intestinale ma anche nei vasi sanguigni, nella milza, nei linfonodi ed in molti altri distretti dell’organismo.

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Se il gatto non è in grado di eliminare le cellule infettate subito dopo che la mutazione ha avuto luogo, la presenza del virus nei macrofagi da inizio ad una reazione immunomediata quasi sempre fatale che caratterizza la FIP. I gatti colpiti sviluppano segni causati da lesioni granulomatose negli organi bersaglio (sistema nervoso centrale, occhi, linfonodi ed organi parenchimatosi) nella forma detta “secca” e da una forte vasculite che determina un grave accumulo di liquidi in addome e torace nella forma “umida”.

Anche nella sindrome respiratoria acuta (SARS) causata all’uomo da alcuni Coronavirus mutati, oltre agli effetti dannosi diretti della replicazione virale, il maggior danno è causato da una risposta immunitaria esagerata e non funzionale alla distruzione dell’agente patogeno.

I coronavirus mutati cercano di sopravvivere annullando le difese immunitarie dell’ospite specifiche per i virus (Linfociti) attraverso la forte inibizione dell’Interferone, una molecola in grado di stimolarne invece l’attività. Vengono altresì prodotte una serie di proteine proinfiammatorie aspecifiche che causano danni devastanti all’intero organismo. E’ come bombardare un’intera città per eliminare i topi nelle fogne, risutato: città distrutta e topi vivi nei nascondigli.

Sintomatologia

I sintomi, all’inizio aspecifici, comprendono letargia, mancanza di appetito, febbre alta non responsiva alla terpia antiinfiammatoria, dimagramento, difficoltà respiratorie, gonfiore addominale, segni neurologici. La diagnosi si basa sui dati anamnestici, clinici e di laboratorio. Il sospetto diagnostico può essere confermato solo tramite tecniche istologiche o di PCR che consentono di identificare il virus all’interno dei macrofagi presenti nel versamento liquido e nei granulomi.

Terapia

Non esiste un farmaco validato e provatamente efficace. Il protocollo terapeutico va adattato alla situazione clinica di ogni paziente. Vengono utilizzati prevalentemente immunosoppressori per “calmare” la risposta immunitaria dannosa ed interferone per stimolare quella efficace. La prognosi rimane comunque infausta nella stragrande maggioranza dei casi.

Mentre non esistono ad oggi patologie da coronavirus rilevanti nei pazienti canini, i giovani bovini possono sviluppare una grave patologia gastroenterica in grado di portarli rapidamente a morte se non trattata.

Insomma, se un insegnamento astratto applicabile alla vita quotidiana vogliamo trovare nella patogenesi di queste malattie è che la risposta ad un problema non deve diventare un problema maggiore, soprattutto in questo periodo di dubbi ed incertezze.

Articolo scritto dal Dott. Stefano Masoero, che fa parte del mio prezioso staff.

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